Il provvedimento con cui viene ingiunta, sia pure tardivamente, la demolizione di un immobile abusivo non richiede motivazione in ordine alle ragioni di pubblico interesse che impongono la rimozione dell’abuso

Ormai da tempo s’è consolidato l’orientamento secondo il quale “il provvedimento con cui viene ingiunta, sia pure tardivamente, la demolizione di un immobile abusivo e giammai assistito da alcun titolo, per la sua natura vincolata e rigidamente ancorata al ricorrere dei relativi presupposti in fatto e in diritto, non richiede motivazione in ordine alle ragioni di pubblico interesse (diverse da quelle inerenti al ripristino della legittimità violata) che impongono la rimozione dell’abuso. Il principio in questione non ammette deroghe neppure nell’ipotesi in cui l’ingiunzione di demolizione intervenga a distanza di tempo dalla realizzazione dell’abuso, il titolare attuale non sia responsabile dell’abuso e il trasferimento non denoti intenti elusivi dell’onere di ripristino” (CdS, ad. plen. n. 9/2017).
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È un volume tecnico un vano strettamente funzionale a contenere la scala di collegamento tra i vari livelli di un fabbricato, avendo una funzione servente e strumentale alla fruizione delle singole unità abitative ed essendo parimenti insuscettibile di utilizzazione per finalità differenti

La definizione di “volume tecnico” fornita in via generale dalla giurisprudenza è quella di un'opera priva di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, destinata a contenere, senza possibilità di alternative e comunque per una consistenza volumetrica contenuta, impianti serventi una costruzione principale, per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima (cfr.: T.A.R. Lazio Roma Sez. II bis, 28/11/2018, n. 11553; in termini, T.A.R. Lazio Roma Sez. II quater, 23/03/2018, n. 3298; C.d.S., Sez. VI, 17/05/2017, n. 2336 e 09/10/2018, n. 5779).
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Nei casi in cui un’opera che avrebbe richiesto un permesso di costruire o una SCIA è stata eseguita dall’interessato sotto il regime di CILA, l’abuso non viene sanato con le sanzioni relative alla CILA

Conseguentemente, è legittimo, stante la mancanza della legittimità urbanistico-edilizia dell’immobile, precludere la realizzazione di ulteriori interventi, ancorché in astratto soggetti a semplice CILA, ed azionare i propri ordinari poteri repressivi, di cui la P.A. rimane senz’altro titolare.
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Non condonabile l’opera realizzata nella fascia di rispetto stradale o autostradale

In linea di principio, la distanza minima di mt. 60 fuori dai centri abitati e di mt. 30 all'interno dei centri abitati oppure nelle aree fabbricabili fuori (art. 16 e ss., d.lgs. n. 285 del 1992 e art. 26 e ss., d.P.R. n. 495/1992), entro cui opera il divieto di edificabilità assoluta e inderogabile nell'ambito della fascia di rispetto autostradale, è volta ad assicurare il prioritario interesse pubblico alla sicurezza del traffico e all'incolumità delle persone oltre ad assicurare l'esecuzione di lavori di manutenzione, la realizzazione di opere accessorie e di ampliamento della sede stradale che sarebbero impediti dalla presenza di edificazioni e/o manufatti prossimi alla sede stradale
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La controversia concernente l’accertamento della proprietà pubblica ovvero privata di una strada è devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario

La controversia concernente l’accertamento della proprietà pubblica ovvero privata di una strada è devoluta alla giurisdizione del giudice ordinario, a nulla rilevando che le doglianze del privato siano dirette ad impugnare i provvedimenti adottati dalla p.a. oppure a denunciare i vizi procedurali per carenza e incompletezza dell'attività istruttoria o errori di valutazione.
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La decadenza dalla concessione demaniale marittima ex art. 47 cod. nav. è discrezionale

Al ricorrere dei presupposti di cui all’art. 47 cod. nav., il provvedimento di decadenza non riveste affatto natura vincolata, ma ampiamente discrezionale, com’è testimoniato sia dall’esordio della disposizione (a mente del quale l'amministrazione “può” dichiarare la decadenza del concessionario), sia dalla possibilità di accordare comunque una proroga al concessionario (comma 2).
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L’uso pubblico di un’area per volontà del proprietario deve essere provato

Secondo il costante approccio della giurisprudenza, la servitù di uso pubblico si configura allorchè il privato “seppure non intenzionalmente diretto a dare vita al diritto di uso pubblico, mette volontariamente, con carattere di continuità (non di precarietà e tolleranza) un proprio bene a disposizione della collettività, assoggettandolo al correlativo uso, al fine di soddisfare un'esigenza comune ai membri di tale collettività uti cives, indipendentemente dai motivi per i quali detto comportamento venga tenuto, dalla sua spontaneità e dallo spirito che lo anima.
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È noto che il rilascio di concessioni demaniali è caratterizzato dall’ampia discrezionalità dell’Amministrazione nella scelta di quali tra i vari usi possibili del bene si presenti come più proficuo e conforme all’interesse pubblico

Infatti, “in tema di concessione di beni pubblici coinvolgenti la pianificazione e la gestione del territorio, l’amministrazione è titolare di lata discrezionalità sulle domande dei privati, spettandole un bilanciamento tra l’aspettativa di fatto di questi ultimi e plurimi aspetti di interesse pubblico, valutazione propria della discrezionalità amministrativa e che non può, per il principio di separazione dei poteri, essere sostituita da una valutazione del giudice” (Cons. Stato, sez. V, 18 luglio 2017 n. 3552).
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La variante urbanistica costituisce l’estrinsecazione di un potere pianificatorio connotato da ampia discrezionalità

La variante urbanistica costituisce l’estrinsecazione di un potere pianificatorio connotato da ampia discrezionalità, insuscettibile di sindacato sotto il profilo motivazionale, se non in relazione a quegli interventi puntuali, rispetto ai quali possa emergere (anche a prescindere dal rilascio del parere favorevole da parte della commissione edilizia su un progetto conforme al pregresso assetto urbanistico) un’aspettativa qualificata alla conservazione dell’assetto previgente (Cons. Stato, Sez. IV, n. 4343 del 2019).
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La destinazione di terreno privato a parcheggio pubblico costituisce vincolo conformativo e non anche espropriativo della proprietà privata

La destinazione di terreno privato a parcheggio pubblico - impressa in base a previsioni di tipo urbanistico - non comportando automaticamente l’ablazione dei suoli, ed anzi, ammettendo la realizzazione anche da parte dei privati, in regime di economia di mercato, delle relative attrezzature destinate all’uso pubblico, costituisce vincolo conformativo, e non anche espropriativo, della proprietà privata
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